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Viva l'Italia!!!!
Nel 2011ricorre il 150° anniversario dell' unità d'Italia. Si preparano manifestazioni, convegni, festeggiamenti, commemorazioni e tutto quello che un evento così importante merita.
Sentiremo i discorsi ufficiali di tutti i livelli della politicanza nazionale, sarà un continuo sbandierare di meriti e di momenti di gloria (oltre che, naturalmente, di bandiere).
Da quello che mi par di capire, a tutt'oggi, si prevede la solita sfilata del vincitore, mentre allo sconfitto di turno, ancora dopo 150 anni, resta solo l'handicap della sconfitta. La storia che si studia sui libri di scuola continua ad essere la acritica apologia di una "guerra di unificazione", mentre sarebbe utile che, almeno dopo un secolo e mezzo, si conoscesse anche la verità dei vinti e sorgesse qualche dubbio sulla realtà di una UNITA'.
E i dubbi vengono dal continuo crescere del divario nord-sud, dagli atteggiamenti e dai messaggi che vengono da certa politicanza lumbard (e non solo), da una politica nazionale che in modo diretto o attraverso trucchi e sotterfugi ha sempre privilegiato il nord a danno del meridione.
In 150 anni ci è stato affibbiato il marchio di fannulloni, ignoranti, incapaci di produzione: sfugge ai parassiti il fatto che il sud d'Italia, da 150 anni, è il maggior produttore e fornitore, per l'Italia e per gran parte del mondo, delle migliori braccia e dei migliori cervelli.
Con questa premessa, ci accingiamo a pubblicare l'altra storia, quella raccontata, in versi o in prosa, da chi ha vissuto sulla propria pelle il "momento magico" dell'UNITA' e il periodo immediatamente successivo.
Ma ci soffermeremo anche su quella che è stata la logica evoluzione, fino ai giorni nostri, di un'impresa che piuttosto che una azione unificatrice sembra in realtà, ancora oggi, qualcosa di più simile a una occupazione coloniale.
Cominciamo con la pubblicazione di alcuni versi della "Preghiera del calabrese al Padreteno"(1874) di Antonio Martino, prete di Galatro (dall'antologia "cuviernu puorcu latru e camburrista"- s.gambino- cittàcalabria edizioni):
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di cannaveddu vinneru vestuti,
scarpi ammuffati, robba di becchini:
mo' di castoru, e vannu petturuti,
cu stivaletti a moda li cchiù fini.
Calaru cittu cittu, 'ntimuruti
E virgognusi comu fanciullini:
'nchi vittaru a nui manzi e arriccuti,
apriru nasca e izaru li cudini,
e cui ndi chiamaru "locchi" e cui "nimali",
e ndi ngignaru a fari servizziali.
Guardaru in prima misa l'olivari,
l'agrumi, li vigneti e mandri e frutti
e disseru fra loru:"nc'è di fari!....
ccà nc'è di beni, mu ngrassamu tutti".
E subitu si miseru a sciancari
a schiatta panza, ad alleggiari gutti,
poi dazi senza fine a munzeddhari
pe comu s'ammunzeddha ligna rutti.
E pe di cchiù "li schiavi conquistati"
Ndi chiamanu, li facci d'ammazzati.
Già li famigghi ricchi impezzentiru,
(li poveri su ricchi pe la fami),
l'argentu e l'oru tutti lu periru,
e scumpariu di nui puru la rami.
L'impieghi fra di loru si spartiru,
ficiaru schiananzia di lu bestiami:
gaddhini ed ova e pasta l'incariru,
lu granu, vinu, pisci e la fogghiami.
Non pensan'autru ch'a mangiari sulu:
mu fannu bonu chippu e grossu culu.
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Ci piacerebbe conoscere la vostra opinione sull'argomento, garantendo la pubblicazione integrale di ogni intervento.
paulEmic